|
La regina, o il re Hatshepsut, come certamente avrebbe preferito
essere ricordata, regnò sull'Egitto della diciottesima dinastia
per più di vent' anni.
Fu una donna notevole. Figlia maggiore del re Thutmosis I, sposata
al fratellastro Thutmosis II e tutrice del giovane fratellastro-nipote
Thutmosis III, Hatshepsut riuscì in un modo o nell'altro a sfidare
la tradizione e a installarsi saldamente sul trono divino dei faraoni.
A partire da quel momento Hatshepsut divenne la personificazione
femminile di un ruolo maschile, rappresentata, unica nella storia,
sia come donna che come uomo, vestita con abiti maschili, dotata
di accessori maschili e addirittura della barba finta tradizionalmente
esibita dai faraoni.
Il suo regno, un'epoca in cui la pace interna, l'esplorazione di
paesi stranieri e la costruzione di edifici monumentali trovarono
un attento e delicato equilibrio, fu sotto tutti i punti di vista
- tranne uno, ovviamente - un tipico regime del Nuovo Regno; sotto
di lei l'Egitto prosperò.
Eppure, dopo la sua morte, si cercò con ogni mezzo di cancellare
il suo nome e la sua immagine dalla storia dell'Egitto.
I monumenti di Hatshepsut furono abbattuti o usurpati da altri,
i ritratti distrutti e il nome cancellato dalla storia e dall'elenco
ufficiale dei re egizi.
Ma qualcosa rimase: Manetone, menzionò un faraone donna,
di nome Amense o Amensis, come quinto sovrano della XVIII dinastia.
E da lì rinacque Hatshepsut...
|